Solo una maglietta su cinque segue il percorso corretto dopo essere stata scartata. Le restanti quattro? Finiscono direttamente nel sacco dell’indifferenziata, alimentando una montagna di rifiuti che l’Italia fatica ancora a scalare. È il dato emblematico che emerge dal Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA, che evidenzia un paradosso: nonostante la rete di raccolta comunale si stia ampliando, il volume di tessili che sfugge al recupero resta altissimo.
I numeri: cresce la raccolta, ma non basta
Nel 2024 la raccolta differenziata del tessile ha segnato un +5,1%, raggiungendo le 180 mila tonnellate. Tradotto in termini pro capite, ogni cittadino italiano raccoglie correttamente circa 3,1 kg di vestiti usati (con il Nord in testa a 3,3 kg, seguito dal Centro a 3,1 e dal Sud a 2,8).
Il sistema di raccolta registrato dal Rapporto è ormai capillare: il 94% della popolazione risiede in comuni che offrono un servizio di raccolta dedicato. Eppure, la strada è ancora in salita.
Il “buco nero” dell’indifferenziata
Uno dei nodi critici è ciò che non vediamo nei cosiddetti “cassonetti gialli”. Incrociando i dati delle analisi merceologiche sui rifiuti residui, l’ISPRA stima che ben 725 mila tonnellate di materiali tessili finiscano tra i rifiuti generici. La produzione complessiva sfiorerebbe quindi le 905 mila tonnellate annue, circa 15 kg per ogni abitante. Di questo enorme volume, solo il 20% viene quindi intercettato correttamente.
Non solo vestiti: l’equivoco del “tessile”
C’è anche un limite culturale in ciò che conferiamo. Sotto la voce “tessile” non rientrano solo abiti e cappotti, ma – stando alle indicazioni europee – anche scarpe, borse, lenzuola, asciugamani e cinture. Tuttavia, le analisi dimostrano che differenziamo quasi esclusivamente abbigliamento (91,2%). Tutto il resto – dagli stracci ai prodotti per la casa – viene ignorato, finendo per alimentare le discariche o i termovalorizzatori invece di essere rigenerato.
La svolta si chiama EPR
Per uscire da questa fase di stallo, il settore attende l’introduzione del principio EPR (Responsabilità Estesa del Produttore). Non si tratta solo di un processo burocratico, ma di un cambio di impostazione, una vera transizione ecologica: come già avviene per altre tipologie di rifiuti, produttori vengono chiamati a finanziare la gestione del “fine vita” dei loro prodotti attraverso sistemi collettivi come il consorzio Ecotessili.
Con l’avvio dell’EPR, per il quale è atteso in marzo l’adozione del decreto operativo da parte del Ministero, la prospettiva cambia in termini di filiera, responsabilità di gestione e obiettivi da raggiugere.

